COSE BUONE DA MANGIARE DAL 1932

Era stato dopo il vespro, all'uscita dalla bella chiesa di Tonco, che Angela Eterno, sposata Mossano, aveva saputo che la vedova del commerciante di tonno, che si era sparato in Sicilia, in seguito a una brutta annata di pesca, aveva deciso di vendere la casa. Una villa disposta su due piani, collegati da una scala con una ricca ringhiera in ghisa, dieci camere sotto e altrettante sopra, i pavimenti di piastrelle decorate e le pareti rivestite di tappezzeria in stoffa.

Costantino MossanoAngela Eterno non l'aveva mai vista, dentro la casa, ma le donne che andavano a servizio per la padrona ne avevano raccontati di particolari, tanto che l'Angelinna se l'immaginava nei minimi dettagli. Sarebbe stata sua. Sapeva come fare a convincere suo marito, Costantino.

L'aveva sposato che era ancora giovanetta. Lui le piaceva da sempre: alto, con le spalle larghe e quel modo scanzonato che suo padre disapprovava. «A lé bon fa niente».

Venne il giorno in cui l'Angelinna si presentò a suo padre.

«Sposerò il Custantin Mossano».

«Non se ne parla nemmeno. Cul lì l'é bon fa niente. Al fa la vita dal Miclass: al mangia, al beiv e 'l va a spass».

«Pari - disse allora l'Angelinna tirando un lungo sospiro - se anche 'l Custantin 'm purteissa ai uss, mi lu spus li stess», «Se anche Costantino mi costringesse a chiedere l'elemosina io lo sposerei ugualmente».

«Non ti darò una lira in dote!» replicò il padre furioso.

Sorrise l'Angelinna e andò all'altare con il suo amato.

Anni dopo, Eterno, ormai morente, volle la figlia al capezzale: «Angelinna, 'm son sbagliami, t'avi rason ti: 'l Custantin a l'è n’om c'al var», «mi sono sbagliato, avevi ragione tu: Costantino é un uomo di valore».

Costantino Mossano commerciava in bestiame. Abile sui mercati, spuntava i prezzi più vantaggiosi e si accaparrava la merce migliore.

Gli affari andavano bene quando Angelinna, all'uscita dal vespro, aveva raccolto quel pettegolezzo sulla vedova del commerciante di tonni intenzionata a vendere la casa.

«Quanto chiede?»

«Mah, dicono settemila lire. Deh, Angelinna, forse t'anteresa?».

Non badò a rispondere, ma la sera non si risparmiò in cucina perché il Custantin trovasse una cena da grandi occasioni: bujì e bagnet, una bottiglia di Barbera scelta con cura 'nt la crota e il bunet con il cacao e gli amaretti.

Più tardi, quando i bambini ormai erano a letto e tutte le porte erano state sprangate, lei, nella stanza al piano di sopra, fu anche più brava. L'ultima immagine che il Custantin vide, prima che la fiamma della candela si spegnesse a un soffio, fu la casta camicia di lino ricamata che l'Angelinna, spregiudicata, non aveva, forse, fatto in tempo ad abbottonare.

 

Angela Eterno Mossano pagò di persona la vedova del commerciante di tonno: nel salotto della bella casa che stava per diventare sua, l'Angelinna posò un sacchetto di tela contenente settemila lire in monete d'oro.

Angela e Costantino si trasferirono nella nuova casa con i loro cinque figli: Camillo, classe 1885, Giuseppina, Teresio, Teresa e Rosina.

Il commercio di bestiame prosperava. Avevano cominciato ad occuparsene anche Camillo e Teresio. Sempre in giro sui mercati in Italia e all'estero. Compravano partite di bestiame in Ungheria, dove avevano anche un mediatore che curava i loro interessi, un ebreo. Quando i capi arrivavano a Milano, c'era un altro fiduciario, Ercole Colombo, che serviva direttamente i macellai. Dal Veneto, invece, vagoni carichi di vitelli arrivavano alla stazione ferroviaria di Casale.

Qui, ci voleva una base, perché l'alloggiamento del bestiame alla «Rosa Rossa» costava troppo.

Un giorno d'autunno, arrivato alla stazione sul treno in prima classe, Costantino Mossano salì in carrozza per farsi accompagnare, come di consueto, al «Roma» dal mediatur Perotti.

«Monsù Mossano, 'i e 'nteresa ancoura 'na casinna a Casà?».

Teresio & Camillo

Custantin si limitò ad annuire quasi impercettibilmente col capo, inspirando il toscano.

«Gli Aichino vogliono vendere. Hanno paura dei socialisti che portino via tutto, preferiscono avere i soldi che la roba».

«Portami a vedere».

Vide la cascina in distanza, oltre la fabbrica chimica e il cimitero, ma bloccò il vetturino: «Quanto chiedono?».

«Sessantamila lire».

«Comprala».

«Ma non volete vederla da vicino?» domandò stupito Perotti senza tirare del tutto le briglie.

«E' già tardi, ma tu comprala. Tanto, se anche vengono i socialisti, una volta che l'ho pagata la cascina é la mia; e vediamo se me la toccano!».

Era il 1919. Alla cascina degli Aichino, divenuta dei Mossano, le stalle si riempirono di bestiame. Gli animali arrivavano alla stazione ferroviaria e venivano accompagnati fino in via Cardinal Massaia da ragazzotti smaniosi di guadagnarsi due lire.

Nella parte civile della cascina andarono ad abitare Camillo e la moglie, Adelaide Maffé. Una vera signora, nata a Costigliole d'Asti nel 1893 da buona famiglia. Occhi verdi, capelli fini come seta, carnagione chiara e vellutata come la porcellana.

Camillo l'aveva sposata nel febbraio del 1915 e a maggio le aveva dato un bacio in fronte, prima di andarsene in guerra, con la divisa del Genio, diretto in Veneto, al fronte.

Quando Camillo tornò a casa, nel 1918, Adelaide lo aspettava con una bimbetta di tre anni per mano. L'avevano battezzata Angela, perché lo voleva la madrina, ma all'Adelaide quel nome non piaceva neanche un poco. Così lei la chiamava Adriana.

Nel 1920 era nato il maschio. L'Adelaide aveva voluto che si chiamasse Serafino, come suo nonno e con quel nome l'aveva fatto iscrivere all'Anagrafe. Ma alla madrina non piaceva quel nome, e così quel piccolo con gli occhi rotondi come due lune piene stampati su una testa che, pur piccino, avvertiva persino un po' scomoda per le dimensioni, si era abituato a sentirsi chiamare Costantino, che era il suo secondo nome.

Adelaide aveva deciso fin da subito che il Serafino detto Costantino sarebbe diventato veterinario. Tanto se lo figurava che lo aveva iscritto al ginnasio.

Lui resistette meno di due anni; poi, entrato in conflitto con il latino e il greco e incoraggiato dal padre Camillo (a cui il latino e il greco stavano più indigesti di un bicchiere di Barbera brusc) decise di prendere un'altra strada.

Quella dei mercati del bestiame.

«Da' ascolto a me - gli disse suo padre accompagnandolo alla stazione – qui il latino e il greco non san che roba sia. Non preoccuparti per la Margaritta, la cria, ma po' 'i pasa, grida ma poi le passa». Margaritta, ovvero Margherita, era il soprannome che Camillo usava per parlare della moglie, fin dai giorni della luna di miele a Venezia.

Il ragazzo di quindici anni salì sul treno diretto in Ungheria dove rimase un anno, ospite del mediatore ebreo, a scegliere il bestiame da mandare in Italia.

Tempi duri, che facevano presagire mutamenti.

Già nel 1932, Camillo aveva aperto una bottega, una macelleria ricavata in una stanza lunga e stretta, sei metri per tre, tra le stalle e le stanze della casa al piano terreno. Non si sentiva in colpa per aver imposto a sua figlia, Angela detta Adriana, di interrompere gli studi dopo le Scuole Complementari. Lei avrebbe voluto frequentare la «Brera», perché le piaceva dipingere. Ma Camillo, che aveva per la pittura la stessa considerazione di cui degnava il latino e il greco, impose alla figlia a far di conto nella bottega in via Massaia.

Costantino dall'Ungheria, nel frattempo, era tornato, perché tirava un'aria balurda. Non si occupava di politica Camillo, ma intuiva che erano anni in cui si aggirava lo spettro dell'incertezza mescolato a inquietanti fermenti.

Richiamò il figlio in Italia e lo mandò per un anno a Torino, a imparare il mestiere del macellaio in uno dei negozi del cugino Carlo Eterno, parente per parte di madre. A Porta Palazzo, Serafino detto Costantino lavorava da mattina a sera, e la notte dormiva a casa della zia Giuseppina sposata Dezzani. Pagava per vitto e alloggio 300 lire al mese e il salario da garzone non superava le 280 lire. La differenza la integrava papà Camillo, «basta 'c l'ampara 'l misté».

Nella bottega di via Massaia il giovane Costantino ci arrivò un anno dopo: lui e la sorella Adriana, insieme. Per mezzo secolo.

Non era ancora scoppiata la guerra che la bottega fu trasferita da via Massaia a via Milano, proprio sulla curva che si immette in via Trino. Non era tanto più grande, ma era nel centro del quartiere di Porta Milano, Porta Pavron, subito giù dalla «passerella», il ponte pedonale sulla ferrovia che collega la periferia con il centro della città.

Quelli della guerra furono anni di peripezie. Motociclista portaordini tra i monti di Susa, autista, poi, della madama Palli, scampato al fronte francese grazie all'interessamento del dutur Turcotti, Costantino non trascurò del tutto la bottega di Porta Pavron, ma chi la faceva andare avanti ogni giorno, pesando quei settanta grammi di carne per ciascuno degli oltre mille tesserati, era l'Adriana. I capelli biondi e gli occhi celesti, che aveva preso chissà da chi, non armonizzavano con un corpo allenato a fatiche e che sarebbe stato più consono a un uomo dalle spalle larghe e i calli nelle mani.

Finì la guerra, Costantino tornò a casa e alla bottega di Porta Milano. Sposò Teresina, che morì alcuni anni dopo.

In seconde nozze portò all'altare una ragazza di vent'anni, Franca. Veniva dalla campagna e aveva studiato dalle suore. Faceva l'impiegata all'Unione Commercianti quando quel vedovo ancor giovane, con un gran paio di baffi neri, le chiese di accompagnarla al cinema. La ragazza mora, con i capelli più ricciuti che lui avesse mai visto, pensò che scherzasse.

«Se si mette delle idee in testa, lo smonto subito!».

Nove mesi dopo lo sposò e divise con lui ogni giorno dei successivi trentotto anni. Lo amò con la stessa tenerezza e la stessa forza con cui,  molti anni prima, l'Angelinna aveva amato il suo Costantino.

La bottega rimase nel cuore di Porta Milano anche quando, nel 1963, si trasferì in un locale più ampio, quasi di fronte, tra il Danilo, il barbiere, e il Tino, il ciclista, vicino all'ufficio della madamin ad la Posta e al commestibile della Letizia, poco oltre la sartoria militare e l'edicola del Vasin.

Era la bottega di Mossano, al Guritu 'd Porta Pavron. Non sapeva dire Costantino da dove derivasse quello stranom, Guritu. Chiamavano così già suo padre, ma neanche Camillo ne conosceva l'origine. Dietro il bancone di colore rosa, portava un basco di panno blu, il purillo, per proteggersi dalla sinusite. Ma quando chiudeva la bottega, lo sostituiva con cappelli Borsalino con la a tesa larga che oscurava i grandi occhi spesso socchiusi, malinconici.

Lavorava tanto e se ne faceva un vanto: dietro il banco, con addosso il camice bianco, si sentiva un re, autoritario e sicuro. Accumulò benessere, ma anche tanti sagrìn e magòn.

 «Ho visto morire mio padre, mia madre, la mia prima moglie e mio figlio Maurizio» diceva con gli occhi che si inumidivano.

Il cuore, a poco a poco, in sordina, si ammalò gravemente.1958: Serafino detto Costantino

Serafino detto Costantino smise di aver voglia di vivere quando gli vietarono di salire al posto di comando sulla predella di legno dietro al bancone. Sopravvisse, tuttavia, a questa amarezza profonda ancora un poco, fino alla vigilia dei 74 anni.

 

Ma la porta della bottega non é mai stata chiusa.

C'é, adesso, il Costantino della quarta generazione, il più giovane dei tre figli di Serafino detto Costantino.

Ha deciso di tornare là da dove si era partiti: con addosso lo stesso nome di quello scavezzacollo, Costantino, che papà Eterno non voleva far sposare a sua figlia Angelinna e nello stesso posto dove Camillo aveva aperto la prima bottega, nella vecchia cascina che era degli Aichino.

Due, con il camice bianco, lo chiamano zio. Sono già quelli della quinta generazione.

 

Silvana Mossano

 


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